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Dei co.co.pro. e della precarietà della vita in Italia

ATTENZIONE: post lungo e incazzato! Non somministrar(se)lo in unica dose!

Quando furono istituiti i contratti cosiddetti “flessibili”, che si parli dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.) oppure dei sostituti, i contratti di collaborazione a progetto (co.co.pro.) pensai che sarebbero stati utili a far entrare nell’ingessato mondo del lavoro italiano le nuove leve che non riuscivano a trovare una collocazione dato che tutti gli slots erano presi da anni dai loro genitori (e nonni in qualche caso) che non li avrebbero lasciati se non dopo qualche altro decennio.

Ora che ho lavorato anche io con uno di questi fantastici contratti invece, mi rendo conto che sono assolutamente inutili e che nel mercato del lavoro italiano non servono a nulla (di buono!). Parlo ovviamente dal punto di vista del lavoratore.

Mi spiego meglio: nella maggior parte delle aziende che conosco i dipendenti sono rappresentati quasi esclusivamente dai ragazzi e le ragazze dei call center e dell’amministrazione. Molti di voi sapranno che questi ragazzi sono a dipendenza, non per il buon cuore delle aziende, ma perché fino a qualche anno fa soprattutto i lavoratori dei call center, erano i nuovi poveri perché lavoravano con contratti a progetto con paghe da fame e venivano buttati in strada, affittati e subaffittati con una facilità da schiavisti del ‘500.

Questo finché lo Stato (con uno sconcertante tempismo!) non ha deciso che un’assistenza clienti e l’amministrazione non possono essere gestite da personale esterno alla società e quindi questi lavoratori, per loro fortuna, devono essere assunti.

La considerazione che faccio è la seguente: nessuna delle persone di mia conoscenza che lavora con un co.co.pro. effettivamente lavora su un progetto. Badate bene non dico che non lavori sul progetto allegato al contratto, ma che non lavora su alcun progetto. Tutti hanno un ruolo ben definito in azienda, oppure i compiti sono assegnati in base alle necessità del momento, i vari responsabili danno le direttive da seguire nel lavoro da svolgere ed inoltre chi non segue gli orari di ingresso e di uscita stabiliti viene richiamato all’ordine.

All’atto pratico tutti coloro che hanno un progetto sono effettivamente dei dipendenti mascherati da collaboratori. Questo fa nascere due problemi:

  1. Ai dipendenti non sono riconosciuti i diritti di legge: dalle ferie alle malattie, dalla maternità ai permessi e soprattutto non sono versati i contributi che spetterebbero e non viene data alcuna liquidazione a fine contratto; in ultimo il lavoratore può essere mandato a casa con solo pochi giorni di preavviso. Per correttezza devo dire che, da esperienza personale, ho sempre avuto i giorni di ferie e permesso che ho richiesto e quando sono stata malata nessuno ha fatto alcun problema. C’è da dire però, per completezza, che comunque io non mi sentivo libera di mancare tutte le volte di cui avrei avuto necessità, perché vivevo ogni volta come la richiesta di un favore.
  2. Non si raggiunge in questo modo il numero di dipendenti necessari per l’istituzione di una R.S.U. interna che regolerebbe tante situazioni precarie e non mi riferisco solo ai finti contratti di non-dipendenza, ma a pulizie degli uffici irregolari, compiti anche di bassissimo livello a persone molto qualificate, pc posizionati in modo che i capi possano sempre vedere che stai facendo ed altre situazioni di questo calibro, troppe da elencare in questa sede e comunque ben immaginabili.

Considerando tutto ciò, mi chiedo se non sarebbe il caso di eliminare queste forme di contratto, dato che sono solo a vantaggio dei furbi che fanno concorrenza sleale alle aziende che hanno, viceversa, il personale in regola; e dall’altro lato sono a totale svantaggio dei lavoratori che si vedono privati di diritti fondamentali che fino a prima dell’introduzione di questi contratti erano sacrosanti (forse con alcuni eccessi in senso opposto).

Allargando la visuale, a mio parere, il modo in cui questo tipo di contratti vengono utilizzati in pratica (nonostante tutte le garanzie formali che sono state previste, ma che non esistono realmente) stanno creando dei problemi anche a livello di sistema Paese:

  1. i giovani (perché per la maggior parte di loro si tratta) non hanno reddito per generare consumi, perché di solito gli stipendi sono sotto i contratti collettivi nazionali;
  2. non hanno la stabilità di reddito nel lungo periodo per impegnarsi con l’acquisto di una casa o anche una macchina o qualsivoglia bene per cui è necessario rateizzare, per non parlare di metter su famiglia;
  3. non hanno i contributi che spetterebbero e quindi nelle casse dell’Inps entra meno di quanto dovrebbe e nei fondi pensione privati lo stesso, c’è meno denaro in circolazione in generale;
  4. le donne non possono decidere liberamente di fare dei figli quando vogliono perché anche se la legge prevede che in caso di gravidanza il contratto debba essere sospeso per 180 giorni e l’INPS paghi l’indennità di maternità, c’è sempre la clausola risolutoria del contratto nel caso in cui il progetto arrivi a conclusione proprio il giorno prima della comunicazione, oppure se l’azienda decide unilateralmente di chiudere il progetto perché l’obbiettivo non è più raggiungibile o di suo interesse; e questo potrebbe succedere anche dopo il rientro in azienda.

In conclusione, io ancora non ho conosciuto un lavoratore che abbia visto dei vantaggi dall’istituzione del co.co.co. o co.co.pro. mentre ho visto tante aziende calpestare i diritti fondamentali delle persone, perché spesso ci si dimentica che dietro al lavoratore c’è la persona con i suoi problemi, desideri ed aspirazioni a cui lo Stato sbatte la porta in faccia istituendo questo tipo di “agevolazioni alle aziende” senza controllare con gli ispettori del lavoro se le leggi vengono o meno rispettate, perché nella stragrande maggioranza dei contratti flessibili in circolazione la legge non esiste e si raggiungono livelli da schiavismo moderno.

In più Biagi, nella formulazione originaria della legge, aveva previsto tutta una serie di ammortizzatori sociali che i nostri governanti forse pensano siano un’argomento da salotto o da campagna elettorale e non delle misure concrete da attivare, perché mentre loro disquisiscono con garbo del più e del meno, sull’opportunità di inserire questo ammortizzatore invece di quell’altro, o di quanto sia davvero importante riformare il mercato del lavoro, ci sono italiani che diventano sempre più poveri e disperati.

Infine per tutti coloro che pensano sia sufficiente fare causa all’azienda per ottenere quello che spetta di diritto, bisogna tener presente che il problema non riguarda solo l’aspetto strettamente economico, ma anche la possibilità di carriera e di formazione e crescita professionale, che di solito in questi contratti non esistono, i lavoratori sono dei fattori produttivi a perdere e sostituibili in 24 ore.

In questo modo, infatti, anche se il lavoratore si fa pagare forzatamente tutto quello che gli era dovuto e non gli è stato dato, che prospettive ha di migliorare la sua posizione e di vivere in un ambiente sano e che gli riconosca le sue capacità, meriti ed aspirazioni personali e professionali? Nessuna! Perché è molto probabile che l’azienda successiva in cui andrà a lavorare, gli proporrà… rullo di tamburi!… un contratto a progetto!

Resta infine la soluzione che nell’ultimo secolo molti italiani hanno trovato buona: il trasferimento all’estero!

In bocca al lupo!

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1 commento a Dei co.co.pro. e della precarietà della vita in Italia

  1. Lulù
    September 15th, 2010 at 12:29

    Concordo pienamente! Sono 10 anni che lavoro come CO.CO.PRO. e mi ritrovo pienamente nelle situazioni sopra descritte. Inoltre ho chiesto più volte l’assunzione, visto che lavoro nello stesso posto da ormai 5 anni, ma non c’è verso: il posto fisso viene riservato ad eventuali altri profili professionali!! E tenete presente che vado verso i 50 anni … Altro che andare all’estero …

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