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L’infelicitĂ  del trentenne italiano

Ho letto su uno dei milioni di siti dispensatori di rassicurazioni, tranquillità e infiniti consigli per partecipare pronti e preparati alle varie procedure di selezione del personale che si trovano su Internet, che da un’inchiesta di non ricordo chi sulla società italiana, risulta che in questo periodo storico (leggi: dagli anni 80 in poi) la fascia degli italiani più infelici è quella dei trentenni. Sentendomi chiamata in causa dalla questione, vorrei, una volta tanto illustrarla dal punto di vista di una degli interessati. 

I punti critici della situazione sono molti. Cominciamo dal mondo del lavoro, per non deludere chi iniziando a leggere ha subito pensato si trattasse (solo) di questo. Un trentenne che cerca un lavoro in Italia da laureato si trova da un lato a competere con l’invasione barbarica che c’è stata negli ultimi anni di neo laureati triennali, con programmi di studio, e conseguenti competenza e tempo impiegato per conseguire il titolo, ridicolo (mi si perdoni il termine) se paragonati a quelli che ho studiato io nel vecchio ordinamento, che poi era già un nuovo ordinamento per una riforma di metà anni ’90.

A questo aggiungiamo la voglia delle aziende (in senso lato) di avere menti vergini, da plasmare a proprio piacimento, e personale poco più che adolescente, ancora molto lontano da idee “balzane” come quella di farsi una famiglia o di voler essere indipendente, e per questo ben disposto ad accettare stage su stage e periodi formativi vari e stipendi irrisori.

In questo contesto un trentenne è praticamente vecchio per poter competere in un mercato del lavoro inflazionato e tirato sempre di più verso il basso sul livello della professionalità, anche da parte dei nuovi neolaureati, che pur non rendendosene conto, e pensando di fare del bene (almeno a se stessi) non vedono l’involuzione che ha avuto il loro mercato del lavoro. Basti pensare che con l’entrata dell’euro l’unico stipendio medio che non solo non è cresciuto, ma è calato rispetto all’equivalente in lire del 2001, per esempio, è proprio la soglia di ingresso nel mondo del lavoro dei neolaureati.

Ora non volendone fare una colpa a questi ultimi perché si trovano ad entrare direttamente in un mondo nuovo, che hanno conosciuto e vissuto contemporaneamente, non avendo termini di paragone reali, la colpa voglio darla ai vari governanti succedutesi negli anni e alle amministrazioni universitarie. L’azione contemporanea di leggi sulla (pseudo-)flessibilità e di autonomia degli atenei italiani, è stato un mix disastroso che ha abbassato drasticamente il livello della preparazione accademica dei neo laureati.

Riguardo alle nuove “forme di inserimento” che sono proliferate come funghi negli ultimi anni, su cui si dice e si è detto tanto che basta ricordare solo che ci sono persone che vanno avanti con contratti rinnovati di settimana in settimana.
Sono l’unica a trovare strani questi progetti che durano una settimana e casualmente si rinnovano in questo modo per anni?

Sapete qual è il trucco? Creare un’azienda che fornisce servizi (non lavoratori, sia chiaro) ad altre aziende, in modo da fare da intermediario tra il lavoratore che ufficialmente lavorerà sempre in progetti diversi con aziende diverse, ma praticamente lavorerà sempre con la stessa azienda che gli troverà i diversi contatti, in un rapporto subordinato mascherato da contratto a progetto, perché l’ “azienda caporale” farà tanti contratti a progetto quante sono le aziende a cui fornisce il servizio (o a voler essere più brutali, affitta il lavoratore illegalmente e senza nessuna garanzia, non essendo società di fornitura di lavoro), solo che alla fine si tratta di un vero e proprio lavoro subordinato con questa.

E lo Stato non si accorge di aver creato questi mostri legislativi? Perché non si preoccupa di aumentare i controlli per evitare che lo sfruttamento di una piega nella legge diventi, come poi nelle grandi città ormai è, il principale metodo di assunzione del personale?

Riguardo le amministrazioni universitarie, la poca importanza che danno negli ultimi anni a fornire ai propri studenti una formazione valida, si può capire da due condizioni in cui il sistema accademico italiano sta arrancando: da un lato una proliferazione di corsi inutili, perché preparano sotto forme diverse la stessa figura professionale, non basta cambiare due esami per fare un nuovo corso di laurea! Oppure peggio creare un corso di laurea per ogni sfaccettatura possibile ed immaginabile dello scibile umano. La differenza tra triennale e specialistica non dovrebbe essere proprio nel fatto che l’una è generale e l’altra è, come dice il nome stesso, specialistica?

L’altro aspetto della criticità della situazione accademica italiana è che i programmi dei singoli corsi si sono ridotti drasticamente, ed anche quando non lo sono, l’esame da superare è abbordabile da molti più studenti di quanto fosse in passato. Praticamente non c’è alcuna selezione in corso di formazione, ma solo all’inizio del periodo accademico. A questo punto immagino già le voci che si solleveranno nel rivendicare il diritto allo studio di tutti. Ebbene, io sono tra quelli che interpretano il diritto allo studio presente nella nostra Costituzione, come subordinato all’essere “meritevoli e privi di fondi” e non come un tentativo di livellamento al basso della qualità dei laureati: tutti laureati, nessuno laureato!Entrambe le situazioni descritte, a mio avviso, sono due facce della stessa medaglia: il tentativo disperato di raccogliere più studenti possibile, che si traduce in più denaro per le casse accademiche.

Questo ovviamente è un discorso generale, per fortuna continuano ad esserci dei centri di eccellenza, come ci sono sempre stati, e alcune universitĂ  hanno cercato di far passare indenne la qualitĂ  della formazione, dalla competizione creata dall’autonomia, cercando di fare l’esatto contrario della maggioranza delle universitĂ : puntare sulla qualitĂ  e non sulla quantitĂ . Tutto ciò è la causa dell’inflazione di laureati nel mondo del lavoro attuale in Italia. Si spera che nel medio periodo questo eccesso di offerta possa essere assorbito, con un corrispondente aumento del livello degli stipendi e della qualitĂ  del lavoro. Anche se in questo periodo necessario molti trentenni resteranno sul campo, la speranza è che per quelli di domani la situazione sia migliore.Un discorso a parte meritano le varie riforme delle pensioni: sarĂ  il fatto che in parlamento l’etĂ  media è di molto superiore ai 30 anni, oppure sarĂ  un caso, ma ogni volta che leggo qualche proposta nuova mi sembra di intravedervi sempre un disperato tentativo di tutelare (e tutelare, e tutelare) i diritti acquisiti di chi una pensione, seppur minima, giĂ  ce l’ha. Capisco che l’incipienza di problemi concreti nel prossimo ventennio, non permetta di badare poi tanto ai problemi che potrebbero sorgere nel prossimo mezzo secolo, ma non è forse proprio la miopia delle riforme e dei legislatori a causare situazioni come quella che stiamo vivendo attualmente in ambito pensionistico?I giovani sotto i 30 anni hanno davanti una prospettiva di qualche stage e poi l’inserimento a progetto e forse, lo auguro a loro, un lavoro un po’ piĂą stabile (dove per stabile non intendo a tempo indeterminato, ma almeno un contratto a progetto che vada di anno in anno o meglio da due anni in due anni); i futuri pensionati a breve, hanno il problema di quanto dovranno lavorare in piĂą o in meno o di che percentuale perderanno di quella che credevano fosse la loro pensione acquisenda; chi sta in mezzo a queste due classi, da un lato, non ha l’appeal necessario per aspirare ad avere un lavoro pseudo-stabile e, dall’altro, credo che siano in pochi a sperare di rivedere la misera somma che ora le aziende accantonano all’INPS coi contratti a progetto.La cosa che proprio non capisco è come possa chi sta in Parlamento non accorgersi del malessere di questa fascia di persone, che dovrebbero essere le piĂą vitali dal punto di vista economico e sociale! L’unica cosa che fanno è limitarsi a snocciolare numeri e statistiche sul tasso di natalitĂ  italiano rispetto a quello di altri paesi europei. Chi pensano che faccia nascere nell’immediato i futuri italiani? Un ventenne? Un cinquantenne? Quei pochi che riescono ancora a permettersi una famiglia in Italia sono i fortunati tra i 30 e i 45 anni che per motivi vari, sono riusciti ad entrare nel mondo del lavoro prima del disastro di fine anni novanta, oppure chi con mezzucci vari o per straordinaria competenza (non senza una buona dose di fortuna) riesce ad entrarci anche ora.Così a definire l’infelicitĂ  del trentenne italiano c’è la tristezza del non riconoscimento da parte del mercato della professionalitĂ  acquisita con lo studio, il bisogno frustrato di avere una famiglia, l’incertezza assoluta sul futuro economico. Delle tre direi che la meno peggio è l’ultima: basta farsi una pensione integrativa con il surplus dello stipendio! … Chi ce l’ha! 

In tutta questa mia analisi ho volutamente evitato riferimenti diretti alla mia particolare situazione, perchè se iniziamo a parlare del mercato del lavoro delle donne e della ricerca in Italia… Meritano entrambi un’analisi dedicata per la vastitĂ  delle argomentazioni in gioco.

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4 commenti a L’infelicitĂ  del trentenne italiano

  1. Michele
    April 25th, 2008 at 15:46

    Abbiamo un parlamento di vecchi ì, che parlano solo di pensioni, del tesoretto, della legge elettorale (che non cambia mai, perchè a loro sta bene così!!!… ) …quel [omissis] di Padoa Schioppa si permise pure di sfotterci “bamboccioni” …quella [omissis]!!!!

    Nei telegiornali si punta all’audience, parlando ogni giorno di massacri vari e delitti in famiglia …oppure delle cazzate varie, tipo grande fratello… )

    Dell’infelicitĂ  dei giovani invece non si parla, ci invitano a sposarci facendoci vedere ogni giorno in tv modelli di showgirl che lo fanno (poi si separano dopo 1 mese… )

    Questa è un’Italia malata!!!
    e intanto l’81% si è messo in fila (da buona pecora) e si è avviato alla cabina elettorale, per andare a votare “il meno peggio” ….

    Saluti

  2. Lena
    October 29th, 2008 at 20:27

    Ho letto l’articolo” la seconda montagna piu alta del mondo” vi ho trovato tutto quello che ho dentro: lo potevo scrivere io!!!
    Complimenti ad alice !!!!

  3. Fra
    June 9th, 2009 at 15:39

    emigra…
    :-)

  4. Alice
    June 9th, 2009 at 17:12

    Dici Fra’? Ormai sembra che questa nazione non riesca proprio ad essere un’alternativa valida a qualsiasi stato dell’Europa occidentale… :cry:

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